A partire dal dopoguerra ad oggi, è crescente l’attenzione dei Fotografi italiani verso l’esplorazione dei luoghi, al fine non soltanto di un’analisi del Paesaggio, ma anche della conoscenza dell’Uomo, delle sue abitudini, del rapporto con il territorio, e perfino con quella che nella società post-industriale è definita la grande difficoltà di vivere. L’ambiente contemporaneo viene letto e declinato in un’accezione più ampia. Dalle visioni di paesaggi all’osservazioni di luoghi chiusi, vissuti in circostanze ben definite, talvolta classificati come non-luoghi, simboli del post-moderno e dell’incomunicabilità. Il luogo, che sia grande o circoscritto, è quello che registra le dinamiche di gruppo, dei nuclei familiari, i flussi nelle diverse ore della giornata in una piazza, i momenti ludici o quelli del quotidiano, sempre teatro o addirittura assoluto protagonista del rapporto dell’uomo con l’ambiente così come nella preistoria la grotta o la foresta scandivano i momenti della vita e della morte.

Alessandro Capurso indaga la Statale 100, mitica strada di interconnessione tra Bari e Taranto, due tra le più importanti realtà urbane della Puglia. Si tratta di un itinerario che un tempo metteva in comunicazione centri di riferimento culturale e produttivo di un’Italia contadina attiva e prosperosa che guardavano all’amica strada quale mezzo per ampliare i contatti, amplificando la vocativa fecondità della terra. Nel suo lavoro di ricognizione fotografica Capurso rappresenta bene il passaggio, non di rado innaturale e struggente, attraverso luoghi sempre più inglobati nelle forme della surmodernità che hanno ceduto allo sregolato consumo del suolo, ampi spazi di paesaggi naturali, che hanno lasciato soltanto “frammenti” di un passato anche recente. Lo sguardo selettivo del Fotografo coglie implacabile (evitando superproduzione e consumo di immagini) i segni della contemporaneità, restituendoci una realtà in cui la globalizzazione ha disperso i valori dell’identità storica per mostrare qua e là brandelli di verde che resistono ad architetture incongrue, capannoni di cemento, fast food, strutture commerciali e industriali a testimonianza delle scritture urbane e del paesaggio sociale mutati. Un’angoscia, una “deprivazione sensoriale” che si percepisce all’istante insieme al desiderio di riequilibrio della natura sofferente, di riaffermazione dell’identità perduta e della gioia di “riabitare” quei luoghi smarriti.

2018 | Pio Meledandri

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