Metamorphosi” è stata la collezione di scatti che ha segnato l’ingresso di Alessandro Capurso nel mondo dell’arte (…)

Con “Tracce” prosegue l’evoluzione artistica di Alessandro Capurso. Sul piano puramente formale la novità è nel colore. Questa volta non più nitido e saturo ma tenue, di tonalità quasi uniformi al punto da rendere un “unicum”, un carattere cromatico dominante, declinato in sfumature che consentono la percezione delle forme, per linee che rispettano la personalità dell’artista, ampie ed orizzontali. Inclusive.

Linee accoglienti, che orientano all’introspezione e la favoriscono. Perché al centro dell’indagine visiva di Capurso restano i temi dell’umanità. Dell’essere. Tracce invita a riflettere sulla possibilità di doversi confrontare con l’io altro che abita nella consapevolezza di sé. Nella visione non iconica e non ostentata della propria esistenza, quella visione che ricacciamo indietro quando qualcosa, o qualcuno,  ce la ricorda.

Ma che ritornerà ogni volta, fino a quando non faremo i conti con essa.

La visione di quell’altro da sé che non sempre vogliamo accettare. La visione di condizioni esistenziali alternative alla nostra. Di un noi stessi che avremmo potuto essere, per scelta o destino. Ma che non siamo stati, e non siamo. Questa visione ce la ripropone Capurso, con immagini spiazzanti pur nella semplicità delle linee.

Come già detto, piani orizzontali ormai ricorrenti nella sua poetica visiva, che accolgono tracce di quella vita altra, o meglio di quell’altra visione della vita che richiama in questi scatti il neorealismo italiano. C’è la lezione di Ugo Mulas in quella bicicletta che va, spinta dalla quotidiana abitudine. O nella coppia di anziani che si lascia alle spalle la panchina vuota per affacciarsi alla ringhiera del mare. Lontani dall’obbiettivo, paralleli, un po’ distanti tra loro. Ma se ne coglie il pensiero, l’unità. Forse la rassegnazione. Davanti ad un mare calmo sovrastato dalle nuvole. Davanti allo stupore dell’artista. Che è ancor più tale proprio perché esprime ancor più di prima la capacità di stupirsi.

La condizione esistenziale che Capurso coglie e presenta reca intatte le tracce di una umanità lontana dalle polimeriche chimere della televisione, dell’omologazione.

Sono immagini in cui si sente prepotente il desiderio di entrare. Per restare ore a guardare il mare e le nuvole, o la panchina vuota. Per cercare una verità che ci sfugge.

Oppure la strada che, stupendamente orizzontale, delinea il contorno basso delle foto. La strada. Aspettativa di novità, forse troppo a lungo ed invano desiderata.

La strada che sarà il centro della prossima collezione di Capurso, frutto di applicazione e di studio. Tracce è un momento importante per l’artista, che dopo aver assorbito la lezione della metafisica, qui si misura con lezioni altrettanto importanti della storia dell’arte. Minimalismo? Senza dubbio, ma anche realismo.

Non conforme, non omologato appunto. Sullo sfondo, la suggestione del risalto dolce e malinconico dell’opera dell’uomo, che fu di Luigi Ghirri. Nel molo, nelle panchine, nella torretta di segnalazione. Ancora opere aperte, perché lo spettatore entri con la “sua” verità. Cose “indicate nel modo in cui chiedono di essere viste”, come scrisse Celati a proposito dello stesso Ghirri. Parole che si possono prendere in prestito per “Tracce”. Una realtà presentata nel modo in cui chiede di essere vista.


Giuseppe Scaglione